Markelo Uffenwanken GmbH & Co.KG
Fabbricante di fotomontaggi verbali, dada-ingegneria, protopostfuturismi, distributore di opinioni a raffronto, applicazioni tecniche, ecc... (Amm.re Unico: Franz Krauspenhaar)

Giovanni Rosso, il protagonista di questo ultimo romanzo di Mario Bianco, è uno che campa di espedienti, un furbastro, un cinquantottenne avanzo di galera che nella sua vita è riuscito a mettere in piedi due famiglie (una in Francia, una in Germania) combinando guai all’una e all’altra, e alla fine rimanendone in certo qual modo ripudiato. Con questa specie di antipedigree sulla stanca groppa, Rosso torna con la coda tra le gambe nella nativa Torino, nel quartiere popolare di Borgo San Salvario, dopo l’ennesima permanenza al gabbio per le solite truffe di cui, nonostante la pluridecennale frequentazione del “genere”, non è diventato mai un vero esperto a causa del suo carattere che non è così cattivo come lui, senza pietà e a ogni piè sospinto, lo dipinge. Il Rosso lo seguiamo attraverso varie e colorite peregrinazioni metropolitane, in una città, Torino, che, soprattutto a causa dei continui riferimenti al passato che il protagonista fa, diventa ai nostri occhi una città senza tempo, spillatrice di retrogusti vari, di un melange interessantissimo e gustoso di passato anche remoto e di un multietnico presente di crisi. Il tentativo del protagonista è quello di salvare se stesso dalla propria insita debolezza, dal proprio sentirsi inadatto e cialtrone; il suo tentativo – tra una caduta e un rialzarsi continui - è quello di redimersi agli occhi degli altri ma soprattutto agli occhi ormai spalancati della propria coscienza.
Questo Rosso così umano e così cialtrone è però davvero un personaggio che si fa amare pagina dopo pagina, sempre di più: perché fin da subito ci è "familiare", con tutto il suo quasi ininterrotto bofonchiare ansioso, la sua mezza furbizia subito seguita da conati di senso di colpa, le due mogli estere e i figli semiinesistenti che praticamente non lo vogliono vedere nemmeno dipinto in una cartolina virtuale. Il linguaggio usato da Mario Bianco (che è anche pittore di valore e poeta da anni, con tante esperienze alle spalle e un ottimo presente di artista poliedrico proiettato sempre verso il “cosa fare domani”) è ricercato e colloquiale al contempo, tra lingua letteraria e “argot di periferia”; e vi si trova, a mani basse, il gusto pieno del narrare libero, senza griglie, senza troppi freni, perché lui guida la sua macchina narrativa a pieno gas e con la quinta sempre inserita, mettendo in mezzo al suo caleidoscopio personaggi strampalati e al contempo realistici; forse perché la vita per il Giovanni Rosso è così, una strampalata roulette russotorinese. MB narra in terza persona intervallando di continuo i suoi brevi capitoli (il romanzo ne conta 169, tutti numerati) con una sorta di “bofonchiare interiore” del Rosso, stampato giustamente in corsivo. Es: “ Si prodigò tanto che alla fine l’ansia-rabbia si moderò; si rialzò, si stirò, si portò gli occhiali sulla fronte, sbadigliò, consultò il suo Casio…di plastica del cazzo, una volta guardavo l’ora in un favoloso Patek Philippe… lasciamo perdere…”. Ecco un brevissimo esempio di come Mario Bianco, in questo suo terzo romanzo che definirei metropolitan-picaresco, passa dalla narrazione in terza a quel “bofonchiare interiore” di cui parlavo, una specie di voce della coscienza fratturata che continuamente alza la testa sulla realtà come “voce dentro campo”, “voce in” invece che “off” . Allo spasso di una narrazione spigliata e originale, piena di osservazioni acute e di malmostoso humour, si assomma a mio avviso la continua sorpresa, per il lettore, di un personaggio disprezzato e soprattutto che si disprezza ma che, pagina dopo pagina, riprende tono, sfodera inesorabilmente la sua grande umanità, si libera forse con fatica dai grovigli del passato per proiettarsi in un futuro di vita più vera, nel quale tutto forse è ancora possibile.
("Di ruggine in rugiada", di Mario Bianco - Edizioni L'Ambaradan, pag.252 - 15,00 euro)

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